Gli antichi Popoli in Abruzzo


L'archeologia. Cos'è?

Conoscere il passato per comprendere il presente: ricostruire le storie velate dalla terra e nella terra frantumate, storie fatte di oggetti, di edifici, di reperti. Restituirgli la voce per narrarci le affascinanti e remote vicende. Questo è lo scopo dell’archeologia, una disciplina che attraverso scavi, indagini e ricerche riesce a ricomporre la storia di millenni, coinvolgendoci.

Partendo dall’analisi dei popoli preromani (I millennio a.C), passando per la fase della romanizzazione (II sec a.C- II sec d.C.), fino alla caduta dell’Impero Romano, nel 395, allorquando, alla morte di Teodosio I, l'Impero viene suddiviso in Impero Romano d’Oriente e Impero Romano d’Occidente, il nostro percorso vuole essere una guida alla scoperta dei popoli, delle città e dei reperti che hanno segnato la storia dell’Abruzzo.

 


L’Abruzzo preromano

L’Abruzzo antico sin dall’età del Ferro fu abitato da numerose popolazioni protostoriche che, tra la fine dell’età del Bronzo e la colonizzazione romana, furono le protagoniste indiscusse del territorio. La dislocazione dei diversi popoli era ben definita: sulla fascia costiera erano stanziati i Pretuzi al confine con i Piceni, più a sud i Vestini Transmontani, nella valle del Pescara i Marrucini e, lungo la costa chietina i Frentani. A ridosso della Majella tra l’Aventino e il Sangro vi era il popolo dei Carrecini, senza sbocco sul mare. I popoli dell’interno erano i Vestini Cismontani nella conca dell’Aquila, i Peligni nella pianura di Sulmona, gli Equi e i Marsi si dividevano l’alveo del Fucino, i primi a nord-ovest e i secondi a sud-est. Tra L’Aquila e Rieti vi erano i Sabini, mentre a sud dei Marsi, lungo l’alta valle del Sangro, verso il Molise, si trovavano i Pentri.
A causa delle numerose guerriglie i centri abitati furono edificati sulla cima delle montagne e difesi con fossati e mura di cinta.
Una delle caratteristiche che ebbero in comune fu l’uso della sepoltura: le tombe a tumulo prima e successivamente le sepolture ad inumazione con ricchi corredi (armi per i maschi, ornamenti e strumenti legati alla tessitura per le femmine).

Fig. 1 – La distribuzione dei popoli italici
Tratta da La Regina A., Abruzzo e Molise. Guide archeologiche, Laterza editore, Roma-Bari 1993

 

I Carricini

I Carricini erano uno delle quattro tribù che formavano il gruppo etnico sannitico  ricordato dalle fonti antiche, soprattutto da Tacito, Plinio e Tolomeo con notevole varietà di forme letterarie come Caraceni, Carecini e Caretini. L’esatta forma latina Carricini è stata riconosciuta solo di recente grazie al ritrovamento di due importanti documenti epigrafici: una lastra di bronzo rinvenuta a San Salvo (CH), che porta inciso un decreto del 384 d.C. relativo all’assemblea municipale della città di Cluviae, dove si  menzionano i “Cluvienses Carricini”; un’iscrizione della fine del II sec. d.C. rinvenuta su un cippo commemorativo ad Isernia in cui si nomina un “curator rei publicae Cluviensium Carricinorum”.
Essi occupavano l’area del basso Abruzzo compresa tra il fiume Sangro e le pendici della Maiella e il loro territorio era delimitato a nord da quello dei Frentani, a sud da quello dei Pentri, a est da quello dei Lucani e ad ovest da quello dei Peligni.
Il popolo carricino si divideva in due gruppi: i Carricini supernates, che occupavano la parte settentrionale della loro regione ed avevano come centro principale la città di Juvanum, i cui resti sono visibili nel territorio tra i Comuni di Torricella Peligna (CH) e Montenerodomo (CH), e i Carricini infernates, nella parte meridionale, il cui centro principale era Cluviae le cui rovine sono state identificate con quelle rinvenute a Piano Laroma, frazione del Comune di Casoli (CH).
Abitando zone per lo più montuose, essi praticavano essenzialmente l’allevamento di bovini e ovini sia in forma stanziale che transumante. Attorno all’agricoltura e alla pastorizia si svolgevano però anche altre attività artigianali sebbene limitate all’interno di un economia familiare o legata al pagus di appartenenza, come la lavorazione di tessuti e di pelli, la produzione di oggetti di uso quotidiano e di utensili in ceramica. 
La piccola comunità carrecina faceva parte della “Confederazione sannitica” con la quale partecipò alle guerre sannitiche e poi alla guerra sociale. Il loro territorio venne occupato dai Romani nel corso della seconda guerra sannitica e la stessa popolazione venne a poco a poco assorbita.

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Gli Equi

Il popolo degli Equi occupava una piccola zona montuosa tra il lago Fucino e la valle dell’Aniene; confinava a nord-est con i Vestini Cismontani e i Sabini, a est con i Marsi, a sud con i Volsci e a ovest con i Latini e Roma.
Gli Equi vivevano di caccia, pastorizia e agricoltura e le loro unità abitative erano localizzate nei Piani Palentini con la città di Alba Fucens, nella Valle del Salto, il cui centro principale era Nersae, e nella Piana del Cavaliere con Carseoli. Nell’età del ferro si disposero a corona intorno a questi siti egemoni che costituiranno i punti di riferimento civico anche per l’amministrazione di epoca romana.
Gli Equi vengono ricordati dalle fonti soprattutto per i loro interventi militari e per la forte opposizione ai Romani che, tra la fine del V e gli inizi del IV sec. a.C., attaccarono con rapide ed improvvise incursioni. Tra il 304 e il 303 a.C. il territorio equo venne conquistato e la sua popolazione completamente sterminata, come ricorda lo storico romano Livio.
I Romani fondarono le colonie latine di Carseoli e di Alba Fucens a salvaguardia di un territorio di grande rilevanza strategica per i collegamenti con l’area centro italica.
Una delle principali caratteristiche di questa popolazione antica è il rito della sepoltura. Sin dalla fine dell’età del Bronzo essa utilizzò le tombe a tumulo con corredi austeri ed essenziali limitandosi alle armi per gli uomini e alle fibule e bracciali per le donne. Tale essenzialità è in contrapposizione con la ricchezza delle deposizioni infantili piene di collane in ambra, fermatrecce, cinturoni, anelli e fibule in bronzo, bracciali in ferro.
I siti archeologici più importanti ad essi collegati sono Alba Fucens (AQ) e le necropoli delle Paludi di Celano (AQ) e di Scurcola Marsicana (AQ).

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I Frentani

Antico popolo italico di lingua osca insediato nella regione costiera dell’Adriatico centrale, tra le foci dei fiumi Sangro (territorio dei Marrucini) e  Biferno (territorio dei Dauni). I municipia del popolo frentano erano Anxanum (Lanciano - CH), Histonium (Vasto - CH), Larinum (Larino - CB), Cliternia (San Martino in Pensilis - CB, Torre Ramitelli o Campomarino - CB), mentre tra le entità abitative minori  vi erano Hortona (Ortona - CH) e Buca (forse Termoli) sulla costa, Uscosium (forse San Giacomo degli Schiavoni - CB), Sicalenum (Casacalenda - CB), Gereonium (Gerione - SA).
Entrati in conflitto con l’impero romano alla fine del IV secolo a.C., i Frentani vennero sconfitti definitivamente al termine della seconda guerra sannitica tra il 319 e il 304 a.C. e accettati come soci insieme ai Peligni, ai Marsi e ai Marrucini.
Il popolo frentano conservò a lungo un certo margine di autonomia interna fino a quando, nel I secolo a.C. dopo la Guerra sociale, la Lex Julia de civitate estese a tutti gli Italici la cittadinanza romana accelerando così il processo di  romanizzazione del popolo, che fu rapidamente inquadrato nelle strutture politico-culturali di Roma. Entrarono così a far parte della tribù della Gens Arnesis; il territorio fu colonizzato soprattutto all’epoca di Silla.
Come tutti i Sanniti, anche i Frentani, nel corso del I millennio a.C., parlavano la lingua osca (appartenente al ceppo osco-umbro delle lingue indoeuropee) come testimoniato da un ristretto numero d’iscrizioni rinvenute nel territorio. In seguito alla romanizzazione, adottarono tanto la lingua quanto l’alfabeto latino.

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I Marrucini

Popolazione italica stanziata sin dal I millennio a.C. in una striscia di territorio lungo la costa adriatica abruzzese, tra la popolazione vestina a nord, frentana e carricina a sud, peligna a ovest, mentre ad est si affacciava sul Mare Adriatico nel tratto di costa compreso tra Ostia Aterni (Pescara) e Ortona (CH).
La loro capitale era Teate (Chieti), ma non mancavano altri centri abitati meno importanti come Interpromium (forse San Valentino in Abruzzo Citeriore - PE) e l’ignoto villaggio presso Rapino (CH).
Entrati in conflitto con Roma alla fine del IV sec. a.C., nel 304 a.C. compaiono tra le popolazioni (Peligni, Marsi e Frentani) che stipularono un trattato di alleanza con Roma, alla quale rimasero fedeli durante la guerra punica contro Annibale e in quella macedonica contro Perseo, nelle quali le “coorti marrucine” combatterono valorosamente. All’inizio della Guerra sociale i Marrucini si unirono agli altri popoli italici per ottenere la cittadinanza romana ed essere annessi alla tribù Arnensis.
L’importanza della città di Teate è testimoniata oltre che da Silio Italico (che la definisce magnum, “grande”) anche dagli imponenti resti archeologici rintracciabili all’interno della città (terme, templi, anfiteatro, ecc.); il grande sviluppo del municipium si deve anche in parte al prolungamento della via Valeria col nuovo tratto della Claudia nova fino ad Ostia Aterni.
Per quanto riguarda la religione si venerava Giove padre, citato nel Bronzo di Rapino come “ioves patres”.
Le principali attività economiche della popolazione marrucina erano l’agricoltura, l’allevamento e la pesca.

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I Marsi

Il popolo dei Marsi abitava la riva sud-orientale del lago del Fucino estendendosi nelle tre vallate del Giovenco, di Ortucchio (AQ) e di Trasacco (AQ); confinava a nord con i Vestini Cismontani, a est con i Peligni, a sud con i Pentri e a ovest con gli Equi e i Volsci.
I Marsi erano un popolo dedito all’agricoltura, alla pastorizia e alla pesca lacustre.
Le origini di questo popolo sono da sempre avvolte nella leggenda: si racconta che ebbe inizio da Marso, figlio della maga Circe e che sulla sua terra regnò anche il figlio di Medea; ed ancora si legge che Marsia fosse la sorella di Angizia, divinità principale venerata dai Marsi, legata all’arte di incantare i serpenti operando magie.
Proprio su insegnamento della dea Angizia,  i Marsi si dedicarono all’arte della magia e della medicina, utilizzando erbe medicinali per curare diversi mali.
Marruvium, l’attuale San Benedetto dei Marsi (AQ), era la loro metropoli, mentre Antinum (Civita D’Antino - AQ), Angitiae (Luco dei Marsi - AQ) e Supinum (Trasacco - AQ) i loro principali centri fortificati.
Vengono menzionati dagli storici come “uomini fieri e indipendenti, dotati di virtù guerriere”.
Nel 304 a.C. conclusero un trattato di alleanza con Roma, alla quale rimasero fedeli per secoli. Ma durante la Guerra Sociale (91-88 a.C.) i Marsi furono accaniti oppositori di Roma, tanto che il conflitto è spesso citato dalle fonti come “guerra marsica” dal nome di coloro che guidavano la rivolta. Nonostante le numerose sconfitte dell’esercito romano, i popoli italici entrarono nell’orbita romana con la concessione della “cittadinanza”. Da questo momento in poi la popolazione marsa perse ogni forma di autonomia, sia culturale che militare, le loro città e i loro vici più importanti vennero eletti a municipi, e la lingua pian piano venne romanizzata. Il loro territorio da sempre fonte di problemi per le numerose inondazioni del lago Fucino, causa principale di area insalubre ed epidemie, venne bonificato mediante un elaborato sistema idrico ancora oggi visibile (progettato inizialmente da Giulio Cesare e attuato da Claudio) e trasformato in una rigogliosa e fertile pianura.
Poco si conosce del costume funerario del popolo marso, sia per carenze di ricerche archeologiche che per il saccheggio clandestino a cui queste zone sono state sottoposte.
Dal punto di vista del rituale funerario non si attestano sepolture né a tumuli né a menhir ma si ipotizza l’uso delle stele antropomorfe in pietra (esempio la Valle di Amplero a Collelongo).
In età ellenistica le necropoli dovevano occupare le balze rocciose delle rive meridionali del Fucino, con tombe a camera di tipo rupestre, a formare un suggestivo scenario.
Nel territorio marso si è attestata la presenza di officine specializzate nella lavorazione del bronzo e nella creazione di dischi corazza che recano incisi simboli astronomici (sole splendente e stelle).
Per quanto riguarda la religione dei Marsi si può ipotizzare la venerazione per il dio Marte e la loro nascita dal “ver sacrum” dalla Sabina, come si legge negli scritti antichi. I Romani tramandano che i Marsi erano incantatori di serpenti (caratteristica della Dea Angizia) ed immuni al morso di questi.

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I Peligni

I confini del territorio abitato nell’antichità dai Peligni erano nettamente segnati da elementi naturali che separavano questa popolazione dalle altre vicine: la catena formata dal Sirente e dai Monti della Meta li dividevano dai Marsi, a ovest; la catena Morrone-Majella dai Marrucini e dai Carricini, a est; il corso del fiume Aterno dai Vestini, a nord; l’altopiano delle Cinque Miglia dai Sanniti Pentri, a sud. Si tratta di un territorio caratterizzato da conche ricche d’acqua, ancora oggi importantissima area di transito tra l’Italia centrale ed il Meridione.
Le città principali dei Peligni erano Corfinium (Corfinio - AQ), la capitale dei Peligni secondo Strabone, centro principale degli insorti italici durante la Guerra Sociale (90 a.C.), Sulmo (Sulmona - AQ), patria del poeta latino Ovidio, cantore dei teneri amori al tempo dell’imperatore Augusto e Superaequum (Castelvecchio Subequo - AQ), capoluogo della parte occidentale del territorio che per primo venne in contatto con Roma. Altri centri abitati erano Ocriticum (Cansano - AQ), Pagus Lavernae (Prezza - AQ), Pagus Betifulum (Scanno - AQ) e Koukoulon (Cocullo - AQ).
Secondo Ovidio (Fasti, IV, 79) i Peligni sarebbero stati di origine sabina ma il loro progenitore era Solimo, compagno di Enea (dal cui nome sarebbe poi derivato il nome di Sulmo), mentre Festo pone le origini dei Peligni nell’Illiria, attuale penisola balcanica.
I Peligni fanno la loro prima apparizione nella storia romana durante la seconda Guerra Sannitica (326-304 a.C.), quando vennero definitivamente sconfitti e costretti a siglare la pace con Roma, cui seguì un trattato di alleanza nel 304 a.C.; il patto venne rotto solo durante la Guerra Sociale, dopo la quale i Peligni ottennero la cittadinanza romana e l’iscrizione nella tribù Sergia.
La popolazione peligna era molto religiosa e tale devozione è testimoniata da numerose epigrafi a carattere sacro e da reperti cultuali rinvenuti nei santuari di Ercole Curino (Sulmona - AQ) e in quello di Ocriticum (Cansano- AQ). Si veneravano l’eroe greco con l’attributo “Curino”, cioè che sovrintende alle curie (riunioni del popolo) e una serie di divinità tra cui Giove, Cerere e Venere il cui sacerdozio associato era una particolarità dei Peligni.

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I Pentri

Una delle quattro popolazioni del popolo sannita, i Pentri abitavano il Sannio settentrionale nell’attuale territorio tra Abruzzo e Molise, tra le province di Campobasso, Isernia, L’Aquila e Chieti.
Il loro nome è legato alla parola celtica pen, ovvero sommità, gente di montagna.
La loro capitale fu Bovianum Vetus, identificata con l’attuale Boiano (CB), difesa e protetta dalla “Vetta Sacra”.
Le città principali erano Aesernia, Alifae, Aquilonia, Aufidena, le due Bovianum, Fagifulae, Saepinum, Terventum e Venafrum.
La popolazione pentra era forte e temibile; nel corso della terza Guerra Sannitica (298-290 a.C.) combatté l’esercito romano accanto agli Irpini (Sanniti del Beneventano e dell’Avellinese) e ai Galli Senoni.
L’organizzazione del territorio si basava sui pagi, le unità territoriali, e sui vici, i villaggi che nel loro insieme costituivano il pagus, ovvero una circoscrizione territoriale rurale, ma non mancavano i luoghi montani fortificati (oppida e  castella) che variavano per dimensioni e prestigio.
Con la romanizzazione il territorio non subì modifiche e riuscì a conservare la propria identità sannitica.
Importanti resti archeologici sono visibili nel territorio di Schiavi d’Abruzzo.

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I Pretuzi

I Pretuzi erano un antico popolo italico insediato nel I millennio a.C. in Italia centrale, nel territorio compreso tra i fiumi Salinello e Vomano.
Agli inizi del V sec. a.C. anche i Pretuzi rientrano in quel fenomeno storico che vede i popoli abruzzesi passare da un sistema monarchico a un ordinamento repubblicano con cariche elettive. Tale radicale mutamento dei costumi politici si riflette sia nell’abbandono della maggior parte degli insediamenti d’altura, che nella promulgazione di leggi contro l’eccessivo lusso nelle sepolture che portano, per oltre un secolo, alla scomparsa dei corredi funebri. Grande rilevanza assumono in questa fase i santuari che servono anche a indicare i confini culturali tra le varie etnie: esemplare è il tempio di Monte Giove a Penna S. Andrea (TE) con la sua necropoli munita di stele in pietra che recano incisa l’etnico Safin.
Nella grande necropoli di Campovalano (Campli - TE) si assiste alla riduzione della carreggiata dell’antica via sepolcrale che attraversava il cimitero. Ai suoi lati vengono scavate le sepolture in età ellenistica.
È stato da tempo abbandonato l’uso di realizzare tombe a tumulo e le sepolture consistono in semplici fosse scavate nella ghiaia prive di visibilità esterna.
I vasi deposti nei corredi sono realizzati al tornio, spesso verniciati di nero. L’articolata panoplia dei corredi maschili più antichi, composta da pugnali o spade, lance, teste di mazza, si riduce ora alla sola lancia.
I Pretuzi sono uno dei pochi popoli d’Abruzzo a perpetuare l’uso di deporre armi nelle tombe.

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I Sabini

La popolazione dei Sabini occupava, nel periodo di massima espansione, un vasto territorio nel centro della penisola compreso tra il Tevere, l’Aniene, il Nera e l’Aterno.
Da Amiternum, oggi San Vittorino (AQ), il territorio si estendeva fino a Roma e comprendeva città come Reate (Rieti), Nursia (Norcia - PG), Trebula Mutuesca (Monteleone Sabino - RI) e Curi (presso Fara Sabina - RI).
Essi costruirono uno stato esteso e forte che dai monti del reatino arrivava fino al Gran Sasso e formarono, insieme ai Sanniti e agli Umbri, il blocco etnico più potente dell’Italia centrale, dopo quello etrusco.
I Sabini erano una popolazione che ebbe grande forza espansionistica tramite il “Ver Sacrum” che prevedeva, a seguito di un giuramento fatto al dio Sanco, lo spostamento annuo in primavera di un gruppo di giovani che andava a stanziarsi in altre terre, dando vita a nuovi popoli. 
La Sabina ha rappresentato dunque il centro della cultura italico-sabellica, da cui si sono diffusi tutti i miti della cultura osca.
L’importanza storica della popolazione sabina, testimoniata dai ritrovamenti archeologici, è ricordata dalla fonti latine (Varrone e Tito Livio) che ne descrivono l’incontro con i Romani e il ruolo nella fondazione della città di Roma. Nonostante tutto, la storia riporta anche notizia della guerra del 290 a.C. mossa verso Roma, durante la quale i Romani, guidati dal console M. Curio Dentato, vinsero completamente, facendo numerosi prigionieri e sottoponendo al loro dominio le città sabine.

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I Vestini

La popolazione dei Vestini può essere suddivisa in trasmontana e cismontana, a seconda della zona in cui si collocava.
Le notizie più antiche sul popolo risalgono al 324 a.C., periodo della seconda Guerra Sannitica (326-304 a.C.), durante la quale i Vestini si allearono con i Sanniti. Subirono un processo di romanizzazione in due momenti diversi: la fascia interna fu annessa a Roma già all’inizio del III secolo a.C. mentre quella costiera rimase indipendente sino alla guerra sociale. Durante tale conflitto rimasero fedeli a Roma, nonostante le ostilità degli altri popoli italici, ottenendo in cambio la cittadinanza romana.
Il loro nome deriva da Vesta, divinità che proteggeva il popolo, o da Vestico, divinità umbra.
I principali centri erano per la zona interna Aveia (Fossa - AQ), Peltuinum (Prata d’Ansidonia - AQ) e di Aufinum (Ofena - AQ) mentre per quella costiera erano Angulum (Città Sant’Angelo - PE) e Pinna (Penne - PE). Tutti gli altri insediamenti del territorio conservarono sempre la loro struttura di vici.
L’economia dei Vestini si basava  sulla coltivazione di cereali, olive, frutta e zafferano, di cui ancor oggi la regione è primo produttore in campo nazionale; molto sviluppata era anche la pastorizia con la produzione di latte e formaggio.
Le ricerche archeologiche non hanno evidenziato l’uso di sepoltura a tumulo ma di sepolture scavate sui pendii collinari (esempio necropoli di Vestea a Civitella Casanova - PE).
Le testimonianze più significative provengono dalla necropoli di Montebello di Bertona (PE)in cui sono state riportate alla luce 163 sepolture, una collana in pasta vitrea policroma con grani e una maschera umana di produzione cartaginese.
La necropoli di Contrada Farina a Loreto Aprutino (PE) ha evidenziato la presenza di statue o stele antropomorfe e tombe femminili con corredi rettangolari a fascia traforata in bronzo e le ceramiche di tipo corinzio di importazione dall’Etruria.
Da una delle necropoli di Penne, proviene una tomba a camera costruita in laterizi, al cui interno è stato rinvenuto un letto funerario in legno e ferro, rivestito con appliques in osso di animali, con raffigurazioni antropomorfe e zoomorfe.
Tra gli insediamenti di cui si ignora il nome antico il più noto è Capestrano (AQ), una vasta necropoli arcaica scavata nel 1934, da cui proviene il celebre Guerriero, oggi conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Chieti.
Il territorio dei Vestini trasmontani comprendeva le vallate dei fiumi Fino e Tavo, confinando a nord con i Pretuzi e la colonia di Hatria, a ovest con i Vestini cismontani e i Sabini, a sud con i Marrucini, gli Equi, i Marsi e i Peligni. Esso toccava per breve tratto (circa 8 km.) il mare Adriatico, compreso il porto alla foce dell’antica Ostia Aterni (oggi Pescara).
Il territorio dei Vestini cismontani, invece, confinava a nord-ovest, lungo il corso del torrente Raiale, con i Sabini, a sud-ovest il massiccio del Sirente lo separava dagli Equi e dai Marsi, le sorgenti del fiume Pescara marcavano il confine con i Peligni e a nord-est il Gran Sasso costituiva una barriera con il popolo dei Pretuzi. La piana dell’Aquila, cuore dei cismontani, era racchiusa da un sistema di abitati fortificati di vari dimensioni e funzioni: quelli più grandi erano vere e proprie cittadelle munite di mura mentre i centri più piccoli svolgevano funzione di controllo e avvistamento sul territorio.
Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce vere e proprie necropoli monumentali vestine aquilane tra cui  ricordiamo Fossa (AQ), Bazzano (AQ) e Capestrano (AQ).
Nella necropoli di Fossa, quella meglio conservata, vi sono i grandi tumuli con file di menhir disposti in ordine crescente, in uso nella prima età del ferro (IX-VIII sec. a.C.). Questo tipo di sepolture venne sostituito già in età arcaica da semplici deposizioni a fosse.
I corredi funebri sono costituiti da servizi di vasi, testimonianza dell’uso dell’offerta di vino, con l’orciolo e la tazza attingitoio, dai vasi ad impasto con decorazioni geometriche a lamelle metalliche applicate, dalle armi in ferro (note le caratteristiche spade tipo Fossa), dai dischi traforati, dalle fibule, spilloni, forcine per capelli e cinturoni con placche di rivestimento in bronzo e ferro.
Elemento originale del costume vestino era l’uso di seppellire i neonati, defunti nei primi tre mesi di vita, tra due coppi contrapposti, deposti senza corredo funebre.

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I Carricini

Gli Equi

I Frentani

I Marrucini

I Marsi

I Peligni

I Pentri

I Pretuzi

I Sabini

I Vestini